Cronache Contemporanee. Analisi e commenti delle dinamiche internazionali
Ass. Culturale Nuove Sintesi - Dunum
presenta il libro:
“Cronache Contemporanee”
Analisi e commenti delle dinamiche internazionali
Interviene avv. Pietro Ferrari
autore del libro - saggista
Sabato 23 gennaio 2010
Sala consiliare Municipio – ore 16.45
piazza Mazzini – Bellante Paese (TE)
info 320-7534789 ingresso libero
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Un libro di Raffaele Ragni sulla contrapposizione tra localismo dinamico e globalizzazione Il perno su cui insistono la forza e l’efficacia dell’ultima opera di Raffaele Ragni consiste nelle premesse. E’ stata infatti premura dell’Autore sottolineare, fin dalle prime righe, la natura di manifesto politico del suo scritto, di cui è d’obbligo constatare lo spessore scientifico e la conformità a una struttura saggistica adeguata alla complessità della trattazione, che spazia attraverso (e connette tra loro) questioni quali la costruzione della nazione, il dualismo territoriale, il regionalismo, l’interazione- contrapposizione tra mondialismo e localismo, l’aspetto localista dello sfruttamento globale, la questione monetaria.
“Genere desueto”, per usare le stesse parole dell’Autore, quello del manifesto politico, ma necessario al fine della ricerca delle soluzioni ai problemi politici ed economici che affliggono le comunità nazionali del mondo contemporaneo, problemi che risiedono appunto nella perdita delle proprie identità e sovranità. Genere che inoltre contribuisce al ricollocamento della scienza politica e sociale nel suo alto ruolo di ingerenza nella determinazione delle linee guida dell’azione politica stessa, ruolo accantonato dal pensiero postmoderno e tardo-novecentesco. |
RINASCITA WEB-TV
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Manifestazione Ambasciata Iran a Roma - Sabato 16 gennaio si è svolta nella capitale una manifestazione di supporto alla repubblica islamica dell`Iran in segno di protesta contro le devastazioni compiute nel giorno della Ashura dai movimenti di opposizione al governo iraniano.
Servizio di: Alessia Lai
Servizio e montaggio: Alessandro Sassone |
In memoria di un uomo d`onore Con Antonio Ghirelli, Francesco Damato, Ugo Intini e, a fianco, Arturo Gismondi, demmo vita – era il 1994 – ad un foglio socialista di testimonianza e di attacco, “Non mollare”, tra noi scherzosamente definito “il giornale dei direttori”. E cioè un giornale redatto da quattro-cinque direttori di testate politiche (ex-tg-Rai, Avanti, Umanità) espulsi dall’agone nazionale dal “nuovo” (mani pulite) all’attacco del socialismo italiano e votato alla distruzione di ogni resistenza sociale e statale definita craxiana.
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Tempi moderni E così, seguendo letteralmente quelli che si definiscono “tempi biblici”, dopo quasi ventiquattro anni, la sinagoga di Roma aprirà i suoi cancelli al papa di Roma. L’Oltretevere traverserà il fiume e troverà ad attenderlo, nel tempio costruito un secolo e cinque anni fa sulle case fatiscenti del “ghetto” non più bagnate dal Tevere, il “fratello maggiore”.
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L’hip-hop italiano si chiama Caparezza Strana storia, quella di Michele Salvemini, già Mikimix (Sanremo ‘97) e da qualche anno meglio noto come Caparezza, trentaseienne che ancora oggi vive (e trova ispirazione) a Molfetta – sua città natale, che non ha abbandonato nonostante il grande successo della sua musica. Sì, strana storia: perchè se non c’è niente di così anomalo nel fare un pezzo hip-hop contro il “divertimentificio”, di certo non è tanto normale che esso ne diventi, e in un botto, proprio l’inno! Siamo a 6-7 anni or sono e “Fuori dal tunnel” impazza. Dalle discoteche alle autoradio di tutta Italia, non c’è anima viva che ne ignori il ritmo accattivante. Fino alla nausea. Probabilmente, senza “Fuori dal tunnel”, Caparezza sarebbe (forse, data l’indubbia capacità artistica) rimasto in un circolo rap underground. Per intenderci: il singolo precedente al tormentone del tunnel, “Follie preferenziali” – pezzo di accusa contro la guerra in Afghanistan e Iraq – nonostante l’ottima musicalità, fu rifiutato da tutti i grandi network.
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Iran. La tomba dei ‘colorati’ Il fenomeno che recentemente è assurto agli onori delle cronache e delle analisi politiche con la denominazione di “rivoluzioni colorate” – terminologia amena che dietro una mano di policromia cela le più grigie manovre dell’imperialismo atlantico – è da inserirsi, ad un’accurata indagine, in quella prassi pluridecennale applicata dagli Stati Uniti d’America e dai loro accoliti che può sostanzialmente essere ricondotta alla tipologia del regime change, consistente nel sovvertimento delle legittime istituzioni di uno Stato o nel re-indirizzamento delle istituzioni preesistenti ai fini dell’adesione (o di un’adesione più marcata) della nuova o rinnovata classe dirigente alle linee di programma geopolitiche ed economiche dell’Occidente capitalista. |
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Il 2009 bolivariano: anno di conquiste e successi Il 2009, per Chávez e il Venezuela, si è concluso con un dato rassicurante: l’aumento del salario medio in un anno nero per l’economia a causa della grave crisi economica planetaria. Il governo di Caracas, in controtendenza rispetto ad altri Paesi nei quali il primo settore ad essere colpito è stato quello dell’impiego, ha incrementato nel 2009 le politiche volte ad affrontare i riflessi della crisi con l’obiettivo di proteggere il popolo e i lavoratori, le missioni sociali e gli investimenti pubblici nell’economia. Iniziative che hanno permesso al salario minimo di avere in incremento del 21% in rapporto al 2008, collocandosi sui 967,50 bolivares. “Il salario minimo lo abbiamo incrementato del 21% in due battute, un a maggio e un’altra a settembre, e il salario minimo dei nostri lavoratori risulta essere, oggi, il più alto dell’America Latina, nonostante la crisi mondiale”, ha affermato Hugo Chávez. Un dato che, tra l’altro, non tiene contro del “tiket alimentare” varato dal governo, che fa praticamente raddoppiare la retribuzione media venezuelana rispetto al salario medio del continente latinoamericano. |
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Considerazioni in libertà sul governo del fare Dice Miro: scrivi qualcosa inerente l’evento, secondo te, più significativo del 2009. Va bene, dico io, ma cosa? E allora comincio a pensare e iniziano a passarmi per il cervello varie immagini: Berlusconi e Noemi, Berlusconi e la D’Addario, Berlusconi e i suoi attributi al vento a Villa Certosa, Berlusconi e il lodo Alfano, Berlusconi e Spatuzza, Berlusconi e la mia bela madunina, Berlusconi e il partito dell’amore, Berlusconi e il governo del fare… |
E' tutta 'na jacuvélla
Non lasciamoci ingannare "dalla fabbrica dell'odio", dalle schermaglie tra sinistra e destra; sono soltanto lotte tra vassalli dell'alta finanza apolide che tiranneggia mezzo mondo e che vuole espandere il suo dominio sul resto del mondo, manovrando gli USA e la Nato.
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Noi europei siamo liberi di odiarci e di azzuffarci tra di noi e tra italiani, o di tifare per questo o per quello, purchè restiamo sempre al servizio del "grande tiranno" che finanzia i partiti, i giornali, le televisioni, le libere università, le case editrici, le lobbies "culturali", e tutto quel che può effettuare il lavaggio del cervello del popolo bue (che deve lavorare senza pretendere troppo). Non lasciamoci ingannare e travolgere dalle campagne d'odio, dalle violenze del momento, sono 'na jacuvélla che contribuisce a distrarci dalla consapevolezza dell'esistenza di una tirannia della consorteria dell'alta finanza, l'International Banking Fraternity. Hanno abolito la "Scala mobile" che legava la retribuzione dei lavoratori al lievitare dei prezzi dei generi di prima necessità, tutti d'accordo, politici, sindacati, giornalisti, portaborse e reggicoda di sinistra e di destra. Hanno fatto la guerra alla Serbia, hanno massacrato migliaia di civili, assieme agli americani e agli altri vassalli della Nato, tutti d'accordo: politici di sinistra e di destra. Hanno svenduto alle multinazionali le industrie, le banche, tutto il vendibile: erano tutti d'accordo politici, giornalisti, sindacalisti, economisti, uomini di "cultura", magistrati ecc. Abbiamo partecipato all'aggressione dell'Iraq (Peace Keeping) tutti d'accordo per esportare la Democrazia con la D maiuscola, (come da noi): partiti, media asserviti, maggioranze prefabbricate ecc. La democrazia come sistema di asservimento inavvertito. |
Il waterboarding di Sua Maestà Il waterboarding, il metodo di tortura consistente nell’annegamento simulato non è prerogativa degli agenti segreti statunitensi. Diventato tristemente noto dopo le ammissioni dei dirigenti Cia sul trattamento dei detenuti di Guantanamo, questo “strumento” pare venisse usato negli anni ’70 anche dai soldati britannici in Irlanda del Nord. Lo ha rivelato ieri il Guardian.
Il fatto è emerso in seguito alle indagini della Criminal Cases Review Commission (Ccrc), che ha recentemente preso in esame il caso di Liam Holden, ritenuto colpevole di aver ucciso un soldato sulla base di una confessione non firmata. Holden aveva 19 anni quando fu catturato a Belfast, nell’ottobre 1972, e accusato dell’uccisione di Frank Bell, il centesimo soldato inglese morto in Irlanda del nord quell’anno, pur in possesso di un alibi confermato da parenti e altre persone.
La sentenza, emessa nel 1973, lo aveva condannato all’impiccagione (pena poi commutata in ergastolo e successivamente ridotta a 17 anni). La giuria, allora, non prese in considerazione le affermazioni di Holden, che sostenne di aver confessato solo dopo che i soldati inglesi avevano praticato su di lui la tecnica dell’annegamento simulato. “Ho parlato quando mi hanno messo un panno sulla faccia e mi hanno versato acqua attraverso bocca e naso dandomi l’impressione di annegare”, aveva spiegato Holden l’irlandese.
Oggi,a distanza di più di 36 anni, la Ccrc ha rispedito il caso di Holden alla Corte d’appello ritenendo di possedere nuove prove sul caso e esprimendo forti riserve “sull’affidabilità e l’ammissibilità della confessione” estorta a Liam. |
Rottamazioni La corporazione monolitica dei rettori e dei docenti ordinari delle Università nazionali, ha un concetto tutto suo della “mobilità” interna agli Atenei e dei metodi per “aprire” le porte universitarie alle nuove generazioni.
Una volta - e fu il ‘68 - contro questa casta deflagrò una vera e propria rivolta generazionale: così, per qualche anno, il “potere assoluto” dei prof di carriera subì delle limitazioni. Ai giovani fu permesso un più libero accesso alle università, la possibilità di appelli mensili per sostenere i lavoratori e ad alcuni baroni fu contestato il ruolo di padri-padroni di una cultura lottizzata dai partiti (l’esempio del prof. Sandulli a Roma, docente di diritto costituzionale nonché, presidente della Suprema Corte, beneficato da un centinaio di lauti onori “accessori” era stato eclatante).
Ma il vento tornò a spirare al contrario. L’apertura delle Università fu trasformata in un inciucio tra vecchi e nuovi baroni, questi ultimi integrati nel “sistema di casta” per meriti politici “emergenti”. Furono moltiplicate all’inverosimile le cattedre, furono moltiplicati gli Atenei, furono aboliti gli appelli mensili e “i corsi liberi” degli studenti. |
SE IL CLIMA FOSSE UNA BANCA, L’AVREBBERO GIA’ SALVATO Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non è stato possibile prenderla.
Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia.
Tra varie cose ha detto, ho preso nota: il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non l’abbiamo. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.
Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e signore: siamo forse in un mondo democratico? Per caso il sistema mondiale è rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i popoli, la democrazia e l'uguaglianza!
E quello che vediamo qui è proprio il riflesso di tutto ciò: esclusione. C'è un gruppo di paesi che si credono superiori a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi sottosviluppati, o come dice il nostro grande amico Eduardo Galeano: noi paesi avvolti come da un treno che ci ha avvolti nella storia [sorta di gioco di parole tra desarrollados = sviluppati e arrollados = avviluppati NdT]. Quindi non dobbiamo stupirci di quello che succede, non stupiamoci, non c'è democrazia nel mondo e qui ci troviamo di fronte all'ennesima evidenza della dittatura imperiale mondiale.
Poco fa sono saliti due giovani, per fortuna le forze dell'ordine sono state decenti, qualche spintone qua e là, e i due hanno cooperato, no? Qui fuori c'è molta gente, sapete? Certo, non ci entrano tutti in questa sala, sono troppi; ho letto sulla stampa che ci sono stati alcuni arresti, qualche protesta intensa, qui per le strade di Copenaghen, e voglio salutare tutte quelle persone qui fuori, la maggior parte delle quali sono giovani.
Non ci sono dubbi che siano giovani preoccupati, e credo abbiano una ragione più di noi per essere preoccupati del futuro del mondo; noi abbiamo – la maggior parte dei presenti – già il sole dietro le spalle, ma loro hanno il sole in fronte e sono davvero preoccupati. Qualcuno potrebbe dire, Signor Presidente, che un fantasma infesta Copenaghen, parafrasando Karl Marx, il grande Karl Marx, un fantasma infesta le strade di Copenaghen e credo che questo fantasma vaga per questa sala in silenzio, gira in quest'aula, tra di noi, attraversa i corridoi, esce dal basso, sale, è un fantasma spaventoso che quasi nessuno vuole nominare: il capitalismo è il fantasma, quasi nessuno vuole nominarlo. |
Addizioni Terminato il can can, tiriamo le somme.
Berlusconi aggredito e ferito. Immediata solidarietà comune diffusa (anche la nostra) e immediata solidarietà opportunistica: da Fini a Bersani e Casini, e da tutto il Pdl; un paio di note stonate, del solito Di Pietro e della pasionaria cattocomunista (respinge la definizione, ma è così) Bindi. Marcia indietro dell’ultima e diabolico perseverare dell’ex questurino e dei suoi scherani. Un velo pietoso sui “cinquantamila del web” e sui “distinguo” della sinistra ultrà. E un velo pietoso anche sulle grida dei “popolar-liberali” che hanno scambiato la statuina del “dom” con la bomba dell’anarchico-sionista Bertoli, o peggio.
Intanto sulla legge finanziaria 2010 – come era già scritto – è voto di fiducia, con tutto quel che ne consegue, salvo le promesse di “riparazioni” in successivi decreti.
Intanto qualche miliarduccio di euro andrà a pagare le truppe di supporto colonizzatore e gli armamenti israelo-americani per sovvenzionare i nostri “alleati” atlantici impegnati nelle loro guerre democratiche contro i popoli del Vicino Oriente. |
La fine del lavoro In un articolo apparso alcuni giorni or sono su Rinascita a firma di Carmelo R. Viola viene citato il grande matematico Bruno de Finetti il quale sostiene che «il colmo dell’assurdità e la più chiara prova dell’assurdità del sistema capitalista, è l’esistenza della disoccupazione». Questa affermazione, ammantata dai concetti di chiarezza e di sintesi, è l’ennesima riprova – se mai se ne avvertisse il bisogno – che una critica al sistema socioeconomico capitalista, liberista o “di Stato” (?) che sia, trascende da una profonda conoscenza delle dottrine economico-finanziarie e dalle più profonde argomentazioni degli economisti, ma può essenzialmente fondarsi sui cosiddetti “conti della serva” o sui più lineari concetti dell’algebra elementare.
Se un sistema che si vanta di essere il migliore dei modelli possibili dalla creazione dell’uomo in poi non è in grado di garantire la sopravvivenza (non dico “dignitosa”, ma sopravvivenza tout court) dei cittadini da questo sistema amministrati, c’è qualcosa che non va. E’ limitante – e del tutto errato – affermare che il malfunzionamento del capitalismo risieda nelle ‘mele marce’, nelle schegge impazzite di un sistema che altrimenti garantirebbe il perfetto funzionamento della società e assicurerebbe il benessere collettivo. E’ altresì limitante – anche se, in questo caso, giusta - l’analisi secondo cui le società capitaliste abbiano la propria ragion d’essere e il loro motivo di sostentamento nello sfruttamento coloniale dei “paesi poveri”[1], secondo cui la ricchezza dei pochi deve giocoforza basarsi sulla povertà dei molti, dove questi “pochi” e questi “molti” coincidono rispettivamente col nord e col sud del mondo (o, se si preferisce, con l’ovest – anzi, col west… – e con l’est). Questa ultima visione, pur se scientificamente fondata e politicamente corretta (in senso letterale), tende a universalizzare lo schema dello sfruttamento, favorendo quindi l’occultamento della sua dimensione nazionale, dimensione che vede in una plutarchia oligarchica e burocratica autoctona (per quanto internazionalizzata e apolide) il cardine dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù economica del popolo. Non si vuole con ciò sminuire la portata planetaria della critica al sistema capitalista: lo si vuole però contestualizzare nelle forme e nelle espressioni che lo precipitano, con tutta la sua forza distruttrice, nel sociale e nella quotidianità della vita della nazione. Si vuole, pertanto, dare un senso al legame velato ma inossidabile che congiunge il sistema transnazionale mondialista al disoccupato, allo sfruttato delle nostre città e delle nostre campagne[2]. |
l'ultima giustizia borghese si è spenta! Il 12 dicembre del 1969 quattro attentati cambiarono la storia d’Italia. 16 morti e cento feriti a Milano, nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Alla vicina Bnl un’altra bomba verrà ritrovata inesplosa. A Roma 14 feriti in un’agenzia Bnl e quattro all’Altare della Patria.
Veniva iniziata così quella strategia della tensione subito indirizzata, da uno scellerato patto tra Dc e Pci, in quindici anni di strisciante guerra civile e di cruento conflitto tra “opposti estremismi” che servì al sistema dei partiti a riprendere il controllo sulle masse giovanili sfuggito in due anni di “movimento”. I due maggiori partiti italiani, espressione coloniale della divisione del mondo tra Washington e Mosca sancita nel 1945 a Jalta, volevano così mantenere il proprio blocco d’ordine e il proprio potere politico. Calpestando le idee, la pelle e gli stessi corpi di due e più generazioni di giovani italiani alle quali cancellavano il presente e il futuro. |
Portaerei Italia Un saggio che descrive minuziosamente la presenza militare a stelle e strisce nel nostro Paese.
Taluni tentano di stilare una sorta di classifica al fine di stabilire, tra i molteplici campi d’azione dell’imperialismo (militare, politico, economico, finanziario, culturale, razziale, propagandistico, artistico), quale sia il più pernicioso, quale sia l’incipit di questo tumore maligno che rode i tessuti della nazione e quali le metastasi. Tale predisposizione mentale può essere fuorviante, perché devia l’analisi dal concepire il fenomeno imperialista (di cui gli Stati Uniti d’America, imponente talassocrazia in declino e falange armata del capitalismo, in cui l’imperialismo trova il suo naturale sfogo1, sono contingente rappresentazione) come un tutt’uno, come una totalità (dis)organica al di fuori della quale questo non potrebbe trovare l’affermazione e la realizzazione che oggi lo vedono protagonista nelle dinamiche politiche internazionali.
E’ inoltre d’obbligo evidenziare come l’aspetto militare del fenomeno non sia il più coercitivo: l’uomo occidentale si veste, guarda un film, legge un libro, investe in borsa, si sposa, compera e legge un giornale seguendo dettami imposti dalle logiche imperialiste indipendentemente dal fatto che queste siano coperte da un soldato che imbraccia un fucile o pilota un cacciabombardiere. |
Vi ricordate di Kemi Seba? Rinascita ha trattato di lui un paio di volte, sottolineandone la dirompente forza nazionalista-nera (o, meglio, negra: o non siamo forse di cultura (neo)latina?...). Kemi Seba è, assieme, un intellettuale democraticamente scorretto e un artista rap dei più intellettualmente impegnati. Attenzione, però: non è certo un “intellettuale organico” che possa essere sbandierato dalla sinistra al caviale – da la gauche au caviar – che folleggia in una Francia sarkosizzata che per emblema non ha più né la Marianne né la Tour Eiffel, ma qualche multinazionale del profitto o dell’usura, tipo Auchan o, meglio, McDonald’s o Hilton.
Kemi Seba - oltre ad usare il ritmo rap nei suoi spettacoli di denuncia politica contro il “pensiero unico” liberal-liberista che come un verme sta facendo la Francia e tutto l’Occidente, Italia compresa – è anche il presidente del Mdi, il Mouvement des damnés de l’impérialisme. Il che gli fa dividere la sua giornata di lavoro in due metà: una metà nei tribunali di (in)giustizia, l’altra metà a rappresentare la sua fuga intellettuale da una Francia meticcia, patria di tutti e di nessuno, quella invece “elogiata” dai “rapper organici” (quelli ad esempio che nel 2007 infestavano le feste del candidato-presidente socialista Segoléne Royale e, cioè, gli stessi che, definivano i francesi-bianchi “souchiens”, “babtous” e “faces de craie”).
Qualche giorno fa il giornale di Parigi nostro confratello Flash, (www.flashmagazine.fr) ha ospitato una serie di servizi su di lui e sul mondo rap in generale, visto dalla Senna, autori Christian Bouchet, Jonathan Gabry e altri. |
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